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Perché il 2024 è l'anno della politica?
Elezioni, decisioni, contraddizioni condensati in 365 giorni
Ciao!
Readme esce con un giorno di ritardo!
24 ore, non è molto. Eppure a me domenica sera sembravano tantissime. Perché sarebbe stato il primo lunedì di mancato invio, il primo giorno di trasgressione, il primo “fallimento” da registrare.
La verità è che ieri readme non è arrivata puntuale nella vostra inbox perché ho voluto concentrarmi sul riposarmi questo weekend. Ho fatto molto sport, sono stato nella natura (ehi, c’è letteratura che dimostra che stare nella natura riduce lo stress), ho parlato con amici, ne ho salutato degli altri che partiranno per un lungo viaggio.
Quindi ho deciso di rinviare. 24 ore, tutto qui. A voi è cambiato qualcosa?
A me sì, e sono felice di averlo fatto.
Ci sono momenti in cui vorresti rimandare qualcosa di 1 ora? Di 24? Di una settimana? Fallo. Però chiediti perché prima, chiediti cosa ti consentirà di fare meglio. Perché il tempo è limitato, ed è la risorsa più preziosa che abbiamo.

“Time is a flat circle” dice Rust nella prima stagione di True Detective. Siamo imbrigliati nella ripetizione delle stesse azioni e stessi errori. Oppure no? Se vuoi approfondire qui una rapida lettura e guarda la serie!
Bene cominciamo!
L’era delle contraddizioni
Okay scorsa settimana abbiamo ricapitolato i 3 macro-temi che vorrei ci accompagnassero nell’anno. Già dimenticati? Aiutino: tecnologia, politica, e sport.
Se ti sei pers* la prima puntata del 2024 recuperala qui.
E oggi partiamo dalla politica.
Disclaimer: readme non parlerà di partiti, non sosterrà la visione di un partito o di un candidat*, ma parlerà di politica, intesa come l’arte di governare, unire, dividere, decidere.
Perché?
Perché il 2024 sarà un anno chiave per le democrazie di tutto il mondo. 76 paesi mondiali al voto, oltre metà della popolazione globale dovrà scegliere dei nomi, dei valori, dei progetti, delle visioni. Secondo un report dell’Economist il 2024 sarà l’anno elettorale più grande della storia.
Perché tutto questo hype? Questa attesa?
Perché ci saranno paesi chiave al voto, come gli Stati Uniti, ma anche le elezioni europee. E proprio oggi è arrivata la nomina di Lai Ching-te alla presidenza di Taiwan, una realtà geograficamente piccola, ma politicamente enorme, al centro di un conflitto con la Cina sulla sua autonomia.
Cosa accomuna realtà enormi come gli Stati Uniti, la prima potenza mondiale (forse, su questo magari parleremo in futuro) e Taiwan?
Democrazia.

Dalla Treccani.
E la democrazia pare essere in crisi. Da un po’.

L’assedio a Capitol Hill, vi eravate dimenticat* di lui?
Perché la democrazia dovrebbe essere in crisi? è un discorso enorme, contraddittorio, e aperto a molte, molte interpretazioni differenti. Quindi, nello spirito di readme, guardiamo ai dati.
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Okay i numeri
Fatto #1: negli ultimi 200 anni, le democrazie sono aumentate
Grazie a Our World in Data possiamo guardare storicamente a questo fenomeno. Secondo questi dati, oggi il mondo è equamente diviso tra autocrazie e democrazie. La maggior parte delle non-democrazie sono autocrazie elettorali. E più di un terzo di tutte le democrazie ha i diritti individuali e delle minoranze che caratterizzano le democrazie liberali.
Se vuoi approfondire qui link.

Fatto#2: ultimamente, le cose vanno peggio
Il mondo ha raggiunto il suo "massimo storico" democratico all'inizio degli anni 2010. Ma da allora è diminuito e ora assomiglia più agli anni 2000, agli anni '90 o addirittura alla fine degli anni '80, a seconda della misura della democrazia a cui ci si affida.

Come dare senso a questi numeri?
Guardare agli Stati Uniti può aiutarci. Perché sono forse il sistema democratico più importante del mondo, perché negli ultimi anni ci sono stati mooolti scossoni. E perché evidenziano benissimo un fenomeno chiave: l’era delle contraddizioni.

La situazione è mega complessa, piena di risvolti e dati. E se volete capirne qualcosa in più vi invito caldamente a iscrivervi alla newsletter di Francesco Costa, da Costa a Costa. è gratis.
Sentendo due podcast del New York Times questa settimana però sono emersi dei fatti che rappresentano chiaramente la base della crisi delle democrazie per me:
I dati non contano. L’economia americana è forte e cresce, ma l’attuale presidente sta avendo difficoltà a fare campagna sopra questi ottimi risultati. Perché? Perché sebbene i dati dicano che l’economia è forte, l’opinione della gente, quando intervistata singolarmente, è che loro stiano peggio. E per la prima volta, l’economia forte non sarà un vantaggio per un candidato. Il dato può valere per la media, ma quando si passa al singolo, cambia tutto. Paradossalmente. E questo è un fatto che vale oltre gli USA.
Le fazioni aumentano, e sono sempre più distanti. Ci stiamo polarizzando, sempre più. Dati sugli USA mostrano un aumento dell’approvazione all’uso della violenza per “salvare il paese”, o di supporter a teorie complottiste.
Insomma
Dobbiamo mettere la testa sotto il tappeto e aspettare? Oppure pensare che non ce ne frega niente, perché finché non tocca a noi è tutto fiato sprecato. Beh forse no. Perché la realtà è sempre più interconnessa e la crisi di un paese può determinare la crisi di un altro.
Ma soprattutto perché la politica è un fenomeno umano. E in quanto tale, con enorme difficoltà, gestibile. Ma occorre conoscerlo, studiarlo, viverlo, nominarlo, renderlo esplicito.
Ecco, la puntata di oggi ha provato a fare questo.
Per approfondire
Come sempre, qualche link bonus che mi è particolarmente piaciuto:
Il podcast di analisi sulla strategia del presidente uscente Biden
Una serie bellissima del The New Yorker sulla crisi e sul futuro della democrazia
Un libro sul perché siamo polarizzati (per i più attenti, era già passato su questi canali)
And that’s all folks! Appuntamento a prossima settimana.
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