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Perché l'informazione fa sempre più schifo?
Il problema sono i giornali o siamo noi?
Ciao!
oggi puntata sulla stampa, sui titoloni, sugli abbonati, la pubblicità, la qualità dell’informazione e l’impatto sulla società. Insomma, un bel casino.
Disclaimer: è un po’ più lunga, un po’ più approfondita del solito, potrebbe volerci qualche minuto in più. Fatemi sapere se trovate questo format interessante! (ps: potete scrivermi se vi va, fa molto piacere!)
Okay torniamo a noi. Sarà che siamo usciti dalla settimana di Sanremo (disclaimer: not a big fan, ma l’impatto sulla stampa si vede), o che passo molto tempo tra i giornali e siti online, nazionali e non.
Ma quando leggiamo i titoloni, sì proprio quelli sensazionalistici, inesatti, farlocchi, mi viene sempre da pensare: perché?
Qual è il sistema di incentivi che spinge una testata, una redazione, un insieme di persone, verso uno stile che è palesemente inadatto al veicolo dell’informazione?
Ecco, ho provato a raccogliere delle idee, sicuramente non una risposta. Ma è una storia che dipende dalle piattaforme, dalla pubblicità, dai soldi, dagli utenti, e dal modo in cui noi tutti gestiamo il nostro tempo.
Partiamo.
Al principio c’era la carta
Il business dell’informazione è probabilmente uno dei più antichi della storia. Pare che il primo giornale sia romano, risalente al 59 AC, Acta Diurna, di cui però non c’è traccia fisica. Ma è con l’arrivo della stampa a caratteri mobili di Guthenberg che la storia dell’informazione cambia radicalmente, trovando una tecnologia capace di scalare la produzione scritta, portando l’informazione dal suono alla lettera. E i giornali seguono questo trend: siamo al 1609, ed emergono i primi settimanali stampati.
Fast forward di 400 anni. Sono i giornali nel ‘900 a rappresentare il veicolo dell’informazione per le masse. Ma è interessante soffermarsi su un dettaglio: lo scenario competitivo. Le persone non hanno molte opzioni per impiegare il proprio tempo e per informarsi: radio, successivamente TV (progressivamente), libri e giornali.

Una pagina del New York Times di metà ‘800. Something missing? Dov’è la pubblicità?
Arriviamo a oggi e rivalutiamo lo scenario competitivo. Dove ci informiamo? è una domanda per me incredibilmente interessante, e da cui mi aspetto risposte estremamente differenti in base all’età, geografia, e interessi.
Da un lato i pilastri dell’informazione novecentesca - giornali, radio (radio??), TV - sono rimasti. Dall’altro sono emerse nuove tecnologie che hanno radicalmente trasformato la fruizione e condivisione dell’informazione: internet in primis, oggi i social e l’Intelligenza Artificiale.
Cosa hanno in comune tutti questi elementi? Il tempo. Competono tutti per i minuti della nostra giornata, chi per poter inserire al meglio pubblicità per cui verranno pagati (fatevi un giro su qualsiasi giornale online o social media), chi per poter raccogliere più dati su di noi, con la finalità poi di poterci conoscere meglio proprio per poter proporci pubblicità più mirata.
E lo scenario competitivo è quindi mutato radicalmente, perché:
Dedichiamo meno tempo all’informazione sui giornali, da un lato perché oggi ci sono molti più concorrenti rispetto al passato (social in primis), dall’altro perché culturalmente forse l’essere informati è meno rilevante rispetto al passato.
E quando ci informiamo, non lo facciamo più direttamente sui giornali. Nuovamente, oggi i giornali devono competere con video su piattaforme (youtube, instagram, tik tok), con la miriade di podcast su qualsiasi piattaforma (da spotify ad apple podcast), con le newsletter, per esempio.
Paradossalmente oggi c’è molta più informazione che in passato, molto più dispersa.
Follow the money
E ogni giocatore che partecipa a questa partita deve provare non solo a sopravvivere, ma vincere. Occorre capire allora quali sono i flussi finanziari caratterizzano i player dell’informazione odierna.
E se andiamo a guardare ai $$$, troveremo che uno dei motori chiave è stato dato dalla pubblicità negli ultimi anni.
Giornali: la prima pubblicità a pagamento risale al 1836 nel periodico Las Presse. Da allora la pubblicità è diventata una fonte di ricavo essenziale della stampa. Nel 2023 negli USA generava più della metà dei ricavi dell’industria. Altre fonti? ricavi dalla vendita delle copie cartacee (negligenti), abbonamenti online (abbastanza importanti), ricavi di altra natura (come eventi, sponsorizzazioni, donazioni). Insomma, la stampa è oggi un business pubblicitario da un punto di vista finanziario.
Social media: come fanno soldi Instagram, Facebook e TikTok? Nuovamente, la pubblicità è la prima voce di ingresso, costantemente in crescita negli ultimi 5 anni.
Podcast: quante volte siete state stoppati sul più bello dall’ad? Anche qui, l’advertisement la fa da padrone, ed è in forte crescita.
In breve: 3 player chiave per veicolare il modo in cui recepiamo l’informazione sono interessati a venderci un sacco di pubblicità.
Se questo è l’obiettivo per aver successo finanziario, come ottenerlo? Semplificando molto, questo richiede:
Molti dati su di noi, per poter veicolare l’ads più pertinente rispetto ai nostri interessi. Questi dati sono stati raccolti tradizionalmente con l’uso di cookies,
Molto tempo, per poter vendere più pubblicità.
A questo già intricato sistema, occorre aggiungere ancora un fattore: la struttura tecnologica utilizzata per interagire con giornali, social o podcast - le piattaforme.
Quando cerchiamo una news cosa facciamo? Apriamo Google e andiamo sul sito del periodico scelto? Oppure apriamo l’app del giornale? Oppure andiamo su instagram e guardiamo una storia che ci appare prontamente all’inizio del nostro feed? Può sembrare una differenza banale, ma è invece fondamentale, perché determina il controllo sulla capacità di raccogliere dati e gestire direttamente il tempo che passiamo su quell’ambiente, le due variabili chiave per la capacità di vendere pubblicità.
Detta in breve: se andiamo sulle pagine online è Google a farla da padrone, perché la piattaforma è sua. E infatti quando Google questo anno ha annunciato che sta pensando di cambiare il modo in cui raccoglie informazioni online tramite i cookies, editori e giornali hanno subito alzato le mani.
Insomma, oltre che a dipendere dalla pubblicità per stare vivo, dipendi anche dal player che controlla la tecnologia. Not nice.
Spostare il focus
Se ci focalizziamo sui giornali, quella che è la categoria che per principio dovrebbe essere guidata maggiormente dall’obiettivo di veicolare l’informazione, la domanda chiave per me è: si può far soldi e al contempo svolgere un’attività giornalistica benefica per la collettività?
è questo quello che penso quando leggo i “titoloni”. Perché dietro a quel titolone c’è la necessità di attrarre la nostra attenzione a tutti i costi, per poter raccogliere dati e tempo, per massimizzare la probabilità di venderci un’annuncio, che sarà chiave per la sostenibilità finanziaria dell’organizzazione che sta scrivendo quello stesso titolone.
E quindi è colpa nostra che siamo effettivamente attratti dai titoloni? Dalla polarizzazione? Che cerchiamo conferme in ciò che leggiamo (confirmation bias) perché ci appaga? Perché se fossimo appagati allo stesso modo da articoli più imparziali, obiettivi, onesti, allora il mercato ci darebbe non il titolone, ma quello che cerchiamo?
Non ho una risposta, ma sicuramente la risposta non è che i titoloni ci stanno rovinando.
è un sistema complesso che abbraccia cultura, tecnologia, politica. E per questo credo che sia stato parlarne - un po’ più approfonditamente - su readme.
Chiaro, i giornali conoscono benissimo questo contesto e dinamiche. Cosa stanno facendo per uscirne? Per campare senza avere le mani legate?
Abbonamenti: ci siamo abituati ad avere tutto gratis, ma l’informazione gratis non è. Su questo il caso che sta avendo più successo è rappresentato dal New York Times, che ha puntato su una crescita dei suoi abbonati soprattutto sul digitale, a livello globale. E in Italia c’è il caso de Il Post. Qui un resoconto su come stanno loro, perché guardare ai numeri è il modo più diretto per comprendere il problema.
Nuovi ricavi: da eventi, libri, progetti in collaborazione, merchandising, festival, podcast, newsletter a pagamento. è una cosa difficile, perché richiede competenze differenti rispetto a quelle di una redazione, quindi con costi aggiuntivi in termini di persone. Ma in Italia il Post forse è il player che meglio sta attraversando questo percorso di diversificazione (leggi qui)
Donazioni: un po’ l’alternativa all’abbonamento, dove l’informazione è tenuta libera, ma si fa appello alla volontà di supportare un progetto di qualità. Wikipedia sta in piedi in questo modo, e negli UK The Guardian è un esempio di questa scelta, anche se pare che non abbia portato (ancora) a un miglioramento della condizione finanziaria.
Qualcosa si muove, ma forse non abbastanza in fretta, e questo dipende crucialmente da tutti noi.
Dipende dalla nostra volontà di riconoscere un valore e investire, di cambiare il peso che diamo all’informazione nelle nostre vite, indipendentemente dal mezzo dove le cerchiamo e consumiamo.
La sintesi di questo conundrum l’ho letta stamattina (domenica mattina) su Charlie, una newsletter molto interessante de Il Post sul futuro dell’informazione.

Il Prologo di Morning, puntata del 25/2/2024
Quindi non meravigliamoci la prossima volta che leggeremo il titolone clickbait, la foto non appropriata, l’articolo copia-incollato del competitor. Perché non è il 2014, ma il 2024, e noi ancora non l’abbiamo capito.
Meravigliamoci quando troveremo un contenuto di valore, e chiediamoci perché lo sia. E come continuare a trovarne altri così.
Buona ricerca!
And that’s all folks! Appuntamento a prossima settimana.
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