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Perché l'invidia è una brutta bestia?
Social, confronto e rimorso costante. L'invidia sta dilagando nel mondo social
Ciao!
oggi (domenica) scrivo readme dal divano, con la moka sul fornello e un Norah Jones in sottofondo (come cambia l’atmosfera a casa con Norah Jones? Provate! Oppure sono solo io).
Insomma: una domenica in città. Una domenica tranquilla, con la sveglia rilassata la mattina, la corsetta fatta senza ansie o sguardi all’orologio, le chiacchiere a tavola.
Eppure c’è qualcosa che mi rende irrequieto, in una domenica così tranquilla. è un pensiero non ben definito, una sensazione più che altro. Non è una sensazione negativa, ma è un po’ quel tarlo che non ti fa stare in pace, qualcosa di fumoso che non riesci a mettere a fuoco.
Come tutti (diciamocelo) cadiamo nel prendere in mano il cellulare in quella fiacca del dopopranzo, e in quell’istante tutto è più chiaro: era un po’ di invidia.
L’invidia di vedere amici, conoscenti, ma anche perfetti sconosciuti utilizzare in modo del tutto diverso il tuo stesso tempo: chi in montagna tra pendii e neve fresca, chi al mare a godersi un pallido sole che si apre, chi ad una gara.
Non è un’invidia negativa, non c’è rabbia, malessere, o volontà di rivalsa alla base. Dopotutto, perché mai dovrebbe esserci? Ho solo visto una foto, un breve video di alcuni secondi (nemmeno tutto, perché poi ho subito cambiato).
Eppure.
Sull’invidia
Come definire l’invidia? è una sensazione? Oppure un’emozione? E cosa cambia tra le due. Mi sono accorto che il problema era a monte, nel sapersi interrogare ed ascoltare.
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Allora mi son messo a cercare, un po’ come sempre. E ho trovato un progetto bellissimo dell’università di Stanford, la Stanford Encyclopedia of Philosophy, una raccolta continuamente aggiornata dal 1995, con l’obiettivo di fornire una panoramica concisa e rilevante delle grandi domande e concetti che animano la nostra vita.
Per la SEP, l’invidia è un’emozione e non una sensazione. In genere si ritiene che le emozioni siano qualcosa di più dei sentimenti. Le emozioni sono sindromi di pensieri, sentimenti, motivazioni e movimenti corporei, sufficientemente legati tra loro che un dato episodio emotivo può non richiedere il verificarsi di tutti gli elementi.

L’invidia è un’emozione, un po’ complessa.
E l’invidia può essere benigna o meno, razionale o meno. Aristotele già si interrogava sugli effetti dell’invidia sugli altri, arrivando a Kant e John Rawls nel ‘900.
Ma un fatto rimane: perché in una bella domenica sono caduto nell'invidia, in qualsiasi forma essa si presenti? Perché me ne sono accorto quando ho aperto Instagram? Che ruolo hanno i social media in questo fenomeno?

Fonte: the Atlantic.
Un po’ ne abbiamo già parlato nelle scorse puntate, soprattutto guardando all’impatto dei social sulla democrazia. Ma se ci focalizziamo sull’invidia, la situazione diventa più personale, tangibile, reale.
Perché penso che tutti ci siamo trovati in una situazione simile, con un feed di instagram pieno di gente in posti paradisiaci, soprattutto in alcuni periodi dell’anno (agosto, forse??).
Un fenomeno che è sicuramente legato alla modalità con la quale consumiamo la nostra dieta digitale, oggi determinata da algoritmi che:
Sono creati per ridurre la diversità dei contenuti, mostrandoci essenzialmente ciò che ha la massima probabilità di incollarci agli schermi. Se apro il mio feed IG posso chiaramente individuare tre cluster di contenuti, e BASTA: montagna (e questo lo potevate immaginare), video motivanti legati allo sport (cliché), e cuccioli di Australia Shepard (non giudicatemi).
Non fornirci contesto riguardo i contenuti (già filtrati) che consumiamo. E questo viene attuato ex-ante usando solo format pensati espressamente per essere ingaggianti, capaci di monopolizzare la nostra attenzione: immagini con colori sgargianti (i filtri non servono solo a rendere le nostre brutte foto più professionali), video di 8 secondi con musica. Ma cosa c’era prima di quegli 8 secondi? E dopo? Il vuoto. Ciò che importa è che quegli 8 secondi siano Fa-vo-lo-si.
Del tema se ne è parlato moltissimo negli ultimi anni sulla stampa, in un processo aperto ai social che ad oggi ancora non ha trovato un verdetto. Qui un articolo interessante del Guardian a riguardo.
E anche la ricerca scientifica sul tema evidenzia l’impatto dei social media sulla nostra percezione dell’invidia e delle dinamiche sociali, seppure con risultati sicuramente non definitivi e univoci.
Non c’è un verdetto, ma sicuramente c’è un’influenza.
E quindi?
Eh, e quindi. Nessuno ha la bacchetta magica, e questa non vuole essere un’apologia dei social. D’altronde li uso molto anche io, e sicuramente ci sono effetti positivi.
Ma, mi son detto, qualcosa devo pur fare (e scrivere). Quindi:
Guardiamo e pensiamo ai numeri: perché ci sono 52 settimane in un anno, e nessuno potrà mai essere perennemente in vacanza. Non siamo solo noi.
Ricordiamoci del contesto: perché 8 secondi non fanno una giornata, una settimana, un anno.
Curiamo la nostra dieta digitale: aprite IG e andate nel feed. Se avete solo 2 o 3 cluster di contenuti (come per me prima), beh pensate di incentivare l’algoritmo a darvi più varietà. Come? Aprite la foto e segnalatela come “Non interessante”. Dopo un po’ di questo lavoro vedrete il risultato.
Il tema è complesso, e ultimamente anche la politica se ne sta interessando. Tanto che anche Mark Zuckerberg negli scorsi giorni è stato spinto a chiedere scusa a famigliari di bambini vittime di bullismo derivato dall’utilizzo delle sue piattaforme, in una scena molto televisiva e molto poco approfondita del fenomeno.
Fine della paternale. Alla prossima settimana!
And that’s all folks! Appuntamento a prossima settimana.
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