- read.me
- Posts
- Che fare dell' "ecoansia"?
Che fare dell' "ecoansia"?
Siamo condannati? oppure no?
Ciao! Ri-eccoci su readme!
Readme è un progetto gratuito, ma comunque prende del tempo e delle energie. Se vuoi supportarmi, ti chiedo una piccola azione: inoltra questa mail, oppure gira il link su Whatsapp per far crescere questa piccola community 🚀
Se ti hanno inoltrato questa mail, iscriviti cliccando sul bottone qui sotto!
Siamo condannati?
Non lo so voi, ma a volte io soffro di quello che ho imparato essere ecoansia. E ora per fare i precisi vi giro la definizione Treccani:
La profonda sensazione di disagio e di paura che si prova al pensiero ricorrente di possibili disastri legati al riscaldamento globale e ai suoi effetti ambientali.
Ecco nel mio caso non direi che si tratta di paura, ma sicuramente c’è del disagio, e sicuramente è un fatto ricorrente.
Ci ho pensato proprio sabato, mentre passeggiavo in montagna, guardando ai piloni di una seggiovia a 2000 metri, tra le rocce e il ghiaccio di un panorama mozzafiato.
Ci ho pensato anche la scorsa settimana, quando ho letto la notizia di un risultato che è stato definito storico: l’impegno alla Cop28 a scrivere nero su bianco per la prima volta la volontà di abbandonare i combustibili fossili.
(se non avete seguito l’evento e avete il tempo di leggere solo una cosa, qui un consiglio)
Ma poi, pensandoci, mi sono accorto che ci penso spesso in molti altri momenti della mia vita. Capita anche a voi?
Ci penso quando…
E allora ho provato a fare un piccolo esercizio, identificando alcune aree della mia vita che penso siano state impattate dal modo in cui penso e mi approccio al tema del cambiamento climatico.
Finanze: ci penso quando devo decidere come e quanto investire dei soldi, perché vi confesso che ho cominciato a pianificare o eseguire spese oggi rispetto al domani, perché domani, chissà. Un esempio? Viaggi (e se quel posto poi non sarà più così), risparmio (perché in un modo o nell’altro i viaggi li devo pagare, ahimè, oggi).
Sport: ci penso quando devo decidere cosa e dove fare sport. Ci penso soprattutto quando sono in montagna (e per chi mi legge da un po’ sa che è una mia grande passione). Perché in montagna è tutto più puro, più visibile, più fragile. Ci penso quando sono sulla neve, perché chissà se il prossimo anno in questo periodo la troverò, o quando sento lo scrosciare dell’acqua, perché chissà se non avremo paura della siccità tra poco anche qui.
Trasporti: ci penso quando ho deciso di comprare un casco, perché la bici è il mio mezzo di trasporto cittadino. Perché tutti non si muovono in bici in città? Perché sono io la minoranza quando i dati, le ricerche e il buonsenso dicono tutti la stessa cosa?
Possessi: ci penso quando ho deciso di provare a possedere meno cose. Meno indumenti, meno oggetti, meno tentazioni. Ma è dannatamente dura, e lo ammetto sì qui con voi. Perché anche io vorrei quel maglione, quella giacca sportiva. Ma dobbiamo provare a resistere.
E quando ci penso, non sento paura, quella (spero) ancora no. Tendenzialmente mi considero una persona positiva, anche se a volte eccessivamente analitica o razionale.
Ma è proprio in questo campo, quello del cambiamento climatico, che un barlume di irrazionalità vive in me. Perché voglio credere che una soluzione ci sia, che sia percorribile e raggiungibile. Oggi. Non domani.
Siamo condannati?
Siamo condannati è il titolo della newsletter di oggi. Perché non vi nascondo che la tentazione di rassegnarsi a una visione negativa e fatalista ci sia.
E non è solo propria del cambiamento climatico.
“are we doomed?” - siamo condannati?
Pensiamo alla politica. Siamo condannati all’estremismo, al populismo, all’avanzare del conflitto sociale?
O Pensiamo alla tecnologia. Siamo condannati a essere soppiantati dall’Intelligenza Artificiale? Che ruolo potremmo mai avere?
Sono solo alcuni esempi di condanne che rischiamo di auto infliggerci ogni giorno. Profezie che si auto-avverano.
In economia le profezie che si auto-avverano sono un gran problema. Perché alla fin fine il futuro è veramente un foglio bianco da disegnare. Ma se le persone sono portate a pensare che siamo destinati al fallimento collettivo, allora il proprio sistema di incentivi cambia: anticipiamo il piacere istantaneo rispetto ai progetti futuri, diventiamo maggiormente egoisti ed egocentrici. Perché domani chissà. Ed ecco che non pensiamo più a costruire oggi il futuro di domani, e il futuro da solo non si può tracciare. Ed ecco che abbiamo creato le condizioni per far sì che quel futuro sia effettivamente un fallimento.
E c’è molta letteratura a confermare questa dinamica.
La verità in cui mi devo sforzare di vivere ogni giorno è la responsabilità.
O no?
E se non fosse tutto una condanna? Se non fosse tutto scritto?
Anni fa un libro diventato molto famoso aveva fatto notizia per un motivo estremamente semplice: aveva trovato 10 motivi per convincerci che l’oggi fosse meglio dello ieri. E l’aveva argomentato con dati semplici e immediati.
Sì la Terra è un posto complesso. Ma non significa che sia un posto da buttare. Un posto su cui arrendersi.
Anche perché i dati ci dicono che sia un posto, per quanto difficile e l’unico che abbiamo per ora, anche in profonda trasformazione. Anche positiva.
Vincere la condanna
E allora perché penso sempre di più al futuro in termini negativi? Perché questo fenomeno è capace di farmi addirittura cambiare certi comportamenti? Certe azioni?
Mi considero una persona aggiornata, informata, e anche attenta. Eppure. Eppure..
Eppure la condanna è semplice, è risolutiva, è immediata. é gratificazione, è assenza di conflitto. Mentre il futuro, per come purtroppo si prospetta oggi è conflitto, incertezza.
Ma i dati ci dicono che l’umanità si sta muovendo, forse troppo lentamente (questo sì), ma nella giusta direzione:
Le persone in povertà assoluta sono state fortemente ridotte
La ricerca medica ha compiuto passi da giganti negli ultimi decenni, con meno morti alla nascita, una migliore gestione delle malattie croniche, ecc.
Per altri esempi leggetivi Factfulness (ehehe)
I dati. Ecco.
Ricordiamoci dei dati. Perché la percezione è tale fino a quando non viene confermata dal dato. Ma ricordarci di guardare il dato, leggerlo, analizzarlo, e diffonderlo (soprattutto) richiede fatica.
Ma quando ce la facciamo, guadagniamo un nuovo punto di vista, a volte più positivo, a volte più crudo.
Ecco, questa settimana ho tentato di ricordarmi di guardare al dato prima di convincermi che l’ansia sia la soluzione.
E la risposta è che non lo è. Almeno per me. E per i momenti in cui mi abbandono alla rassegnazione o alla condanna, qui un modo per vincerla:
And that’s all folks! Appuntamento a prossima settimana.
Se ti è piaciuta questa mail, condividila con la tua rete!


