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Che fare dell' "ecoansia"?

Siamo condannati? oppure no?

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Siamo condannati?

Non lo so voi, ma a volte io soffro di quello che ho imparato essere ecoansia. E ora per fare i precisi vi giro la definizione Treccani:

La profonda sensazione di disagio e di paura che si prova al pensiero ricorrente di possibili disastri legati al riscaldamento globale e ai suoi effetti ambientali.

Ecco nel mio caso non direi che si tratta di paura, ma sicuramente c’è del disagio, e sicuramente è un fatto ricorrente.

Ci ho pensato proprio sabato, mentre passeggiavo in montagna, guardando ai piloni di una seggiovia a 2000 metri, tra le rocce e il ghiaccio di un panorama mozzafiato.

Ci ho pensato anche la scorsa settimana, quando ho letto la notizia di un risultato che è stato definito storico: l’impegno alla Cop28 a scrivere nero su bianco per la prima volta la volontà di abbandonare i combustibili fossili.

(se non avete seguito l’evento e avete il tempo di leggere solo una cosa, qui un consiglio)

Ma poi, pensandoci, mi sono accorto che ci penso spesso in molti altri momenti della mia vita. Capita anche a voi?

Ci penso quando…

E allora ho provato a fare un piccolo esercizio, identificando alcune aree della mia vita che penso siano state impattate dal modo in cui penso e mi approccio al tema del cambiamento climatico.

  • Finanze: ci penso quando devo decidere come e quanto investire dei soldi, perché vi confesso che ho cominciato a pianificare o eseguire spese oggi rispetto al domani, perché domani, chissà. Un esempio? Viaggi (e se quel posto poi non sarà più così), risparmio (perché in un modo o nell’altro i viaggi li devo pagare, ahimè, oggi).

  • Sport: ci penso quando devo decidere cosa e dove fare sport. Ci penso soprattutto quando sono in montagna (e per chi mi legge da un po’ sa che è una mia grande passione). Perché in montagna è tutto più puro, più visibile, più fragile. Ci penso quando sono sulla neve, perché chissà se il prossimo anno in questo periodo la troverò, o quando sento lo scrosciare dell’acqua, perché chissà se non avremo paura della siccità tra poco anche qui.

  • Trasporti: ci penso quando ho deciso di comprare un casco, perché la bici è il mio mezzo di trasporto cittadino. Perché tutti non si muovono in bici in città? Perché sono io la minoranza quando i dati, le ricerche e il buonsenso dicono tutti la stessa cosa?

  • Possessi: ci penso quando ho deciso di provare a possedere meno cose. Meno indumenti, meno oggetti, meno tentazioni. Ma è dannatamente dura, e lo ammetto sì qui con voi. Perché anche io vorrei quel maglione, quella giacca sportiva. Ma dobbiamo provare a resistere.

E quando ci penso, non sento paura, quella (spero) ancora no. Tendenzialmente mi considero una persona positiva, anche se a volte eccessivamente analitica o razionale.

Ma è proprio in questo campo, quello del cambiamento climatico, che un barlume di irrazionalità vive in me. Perché voglio credere che una soluzione ci sia, che sia percorribile e raggiungibile. Oggi. Non domani.

Siamo condannati?

Siamo condannati è il titolo della newsletter di oggi. Perché non vi nascondo che la tentazione di rassegnarsi a una visione negativa e fatalista ci sia.

E non è solo propria del cambiamento climatico.

“are we doomed?” - siamo condannati?

Pensiamo alla politica. Siamo condannati all’estremismo, al populismo, all’avanzare del conflitto sociale?

O Pensiamo alla tecnologia. Siamo condannati a essere soppiantati dall’Intelligenza Artificiale? Che ruolo potremmo mai avere?

Sono solo alcuni esempi di condanne che rischiamo di auto infliggerci ogni giorno. Profezie che si auto-avverano.

In economia le profezie che si auto-avverano sono un gran problema. Perché alla fin fine il futuro è veramente un foglio bianco da disegnare. Ma se le persone sono portate a pensare che siamo destinati al fallimento collettivo, allora il proprio sistema di incentivi cambia: anticipiamo il piacere istantaneo rispetto ai progetti futuri, diventiamo maggiormente egoisti ed egocentrici. Perché domani chissà. Ed ecco che non pensiamo più a costruire oggi il futuro di domani, e il futuro da solo non si può tracciare. Ed ecco che abbiamo creato le condizioni per far sì che quel futuro sia effettivamente un fallimento.

E c’è molta letteratura a confermare questa dinamica.

La verità in cui mi devo sforzare di vivere ogni giorno è la responsabilità.

O no?

E se non fosse tutto una condanna? Se non fosse tutto scritto?

Anni fa un libro diventato molto famoso aveva fatto notizia per un motivo estremamente semplice: aveva trovato 10 motivi per convincerci che l’oggi fosse meglio dello ieri. E l’aveva argomentato con dati semplici e immediati.

Sì la Terra è un posto complesso. Ma non significa che sia un posto da buttare. Un posto su cui arrendersi.

Anche perché i dati ci dicono che sia un posto, per quanto difficile e l’unico che abbiamo per ora, anche in profonda trasformazione. Anche positiva.

Vincere la condanna

E allora perché penso sempre di più al futuro in termini negativi? Perché questo fenomeno è capace di farmi addirittura cambiare certi comportamenti? Certe azioni?

Mi considero una persona aggiornata, informata, e anche attenta. Eppure. Eppure..

Eppure la condanna è semplice, è risolutiva, è immediata. é gratificazione, è assenza di conflitto. Mentre il futuro, per come purtroppo si prospetta oggi è conflitto, incertezza.

Ma i dati ci dicono che l’umanità si sta muovendo, forse troppo lentamente (questo sì), ma nella giusta direzione:

  • Le persone in povertà assoluta sono state fortemente ridotte

  • La ricerca medica ha compiuto passi da giganti negli ultimi decenni, con meno morti alla nascita, una migliore gestione delle malattie croniche, ecc.

  • Per altri esempi leggetivi Factfulness (ehehe)

I dati. Ecco.

Ricordiamoci dei dati. Perché la percezione è tale fino a quando non viene confermata dal dato. Ma ricordarci di guardare il dato, leggerlo, analizzarlo, e diffonderlo (soprattutto) richiede fatica.

Ma quando ce la facciamo, guadagniamo un nuovo punto di vista, a volte più positivo, a volte più crudo.

Ecco, questa settimana ho tentato di ricordarmi di guardare al dato prima di convincermi che l’ansia sia la soluzione.

E la risposta è che non lo è. Almeno per me. E per i momenti in cui mi abbandono alla rassegnazione o alla condanna, qui un modo per vincerla:

And that’s all folks! Appuntamento a prossima settimana.

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