- read.me
- Posts
- Perché chi inventa non capitalizza?
Perché chi inventa non capitalizza?
O meglio: cosa unisce i pannelli solari alla pizza?
Perché chi inventa qualcosa ha difficoltà a capitalizzare su quell’idea?
Che paroloni. Detta più terra terra: perché non ci riesce a far soldi?
In questi giorni di caldo anomalo ho letto un paio di contributi interessanti, purtroppo non focalizzati sull’Italia, ma sugli USA.
Il primo è di Derek Thompson, giornalista che ha da poco lasciato The Atlantic per lanciarsi nel profittevole mondo di Substack. Ha anche scritto un libro chiamato Abundance (molto raccomandato), sul perché sia diventato quasi impossibile costruire le cose complesse, difficili, quelle che servono davvero insomma. Bilocali per famiglie nell’ordine di decine di migliaia di unità, reti dell’alta velocità. Cose così. Non siamo soli.
Beh, Thompson dicevamo.
Thompson si chiede: com’è che quasi tutti i pannelli solari sono prodotti oggi in Cina? E perché lì?
C’era un francese, un americano e un cinese…
è una domanda affascinante. Perché in realtà gli albori della tecnologia alla base del pannello fotovoltaico risalgono al 1839 in Francia, quando Edmond Becquerel, un giovane fisico, osservò e scoprì l’effetto fotovoltaico, un processo che produce una corrente elettrica quando è esposto alla luce o all'energia radiante.
Quindi l’inizio fu francese.
Poi successe che un paio di decenni dopo, un matematico sempre francese, Augustin Mouchot, scoprì la ricerca di Becquerel, si appassionò al tema, e registro i primi brevetti per motori basati su energia solare (siamo nel 1860!!).
E con i primi brevetti e prodotti, arrivò anche la prima diffusione e in seguito concorrenza.
1883, New York. L'inventore Charles Fritts creò la prima cella solare rivestendo il selenio con un sottile strato d'oro. Fritts riferì che il modulo al selenio produceva una corrente “continua, costante e di forza considerevole”. Questa cella raggiungeva un tasso di conversione energetica dell'1-2%. La maggior parte delle celle solari moderne lavora con un'efficienza del 15-20%. Fritts creò quindi una cella solare a basso impatto, ma fu comunque l'inizio dell'innovazione dei pannelli solari fotovoltaici in America.

1884. New York. Sì, sono pannelli solari.
E da lì, una serie di iterazioni, combinazioni, modifiche.
1888, Edward Weston ottiene due brevetti per le celle solari: il brevetto U.S. 389.124 e il brevetto U.S. 389.425. L’approccio proponeva di focalizzare la luce solare tramite un sistema di lenti in un punto fisso di una cella solare composta da barre di metallo di differente composizione, generando calore (Archimede is that you?) e successivamente elettricità.
Nello stesso anno, uno scienziato russo di nome Aleksandr Stoletov creò la prima cella solare basata sull'effetto fotoelettrico, ovvero quando la luce cade su un materiale e vengono rilasciati elettroni (quindi leviamo il calore di mezzo). Questo effetto era stato osservato per la prima volta da un fisico, però tedesco, Heinrich Hertz.
Indovinate chi brevettò per primo un nuovo dispositivo per valorizzare questa scoperta? No, non un cinese. Non un tedesco. Sì, un americano. Nel 1894, l'inventore Melvin Severy ricevette i brevetti 527.377 per un “Apparato per il montaggio e il funzionamento di termopili” e 527.379 per un “Apparato per la generazione di elettricità mediante calore solare”. Entrambi i brevetti erano essenzialmente delle prime celle solari basate sulla scoperta dell'effetto fotoelettrico.
E penso abbiate capito la dinamica.
Osservazione > Ricerca scientifica > Pubblicazione > Test > Brevetto > $$ e via di nuovo.
E gli USA, con una cultura fortemente imprenditoriale, una politica migratoria aperta al mondo esterno e quindi all’informazione, e uno stato di diritto forte a garanzia della proprietà intellettuale dei brevetti, erano nella posizione perfetta per intercettare tecnologie e portarle dallo stato di ricerca allo stato produttivo.
è sempre negli USA che tra fine 800 e 900 si sviluppano le prime forme di batterie termiche. Ed è ai Bells Labs che nel 1950 si usa per la prima volta il silicio quale principale semiconduttore rispetto al selenio, portando l’efficienza dal 2% al 6% circa.
Ma c’era ancora un grande, enorme problema. Il costo.
Nel 1975, produrre 1 Watt dal fotovoltaico costava 130.7$/W (aggiustato all’inflazione).
Non significa niente questo numero, né per voi, né per me. Oggi scaldare una pentola di 2 litri d’acqua richiede circa 50$ investiti in pannelli solari. Se avessimo dovuto usare i prezzi del 1970, avremmo dovuto spendere più di 24mila (!!) $ in pannelli.

Per intenderci. è una cosa talmente assurda che anche ChatGPT pensa che sia suonato. Sì, c’è un’imprecisione nella domanda, ma il concetto è lo stesso.
Oggi l’elettricità prodotta da panelli fotovoltaici è compresa tra 0.2-0.4$/W, significa che il prezzo dei pannelli è diminuito del 99,77% in 50 anni. Non è gratis. Quasi.

Qual è la cosa che 20 anni fa pagavate 100euro e oggi 3 centesimi?
Come? Enters China.
C’è una grande differenza tra Cina e USA. ed è geologica. Come nota Derek Thompson:
“La Cina non ha petrolio o gas a sufficienza per alimentare un'economia di un miliardo di persone, ed è per questo che ha passato decenni a cercare di liberarsi dalla dipendenza dall'estero sviluppando fonti energetiche alternative. La Cina non è stata benedetta dall'abbondanza di idrocarburi dell'America.”
Che fai se devi dare energia a più di 1 miliardo di persone, possibilmente senza dipendere in tutto e per tutto dall’esterno? Meno male che il sole non si paga.

In meno di 20 anni la Cina ha:
Studiato bene la tecnologia
Capito cosa serve per produrre in tutta la filiera
Costruito la filiera
Industrializzato l’intero processo e detto “sayonara” a tutti
“Ma quale nazione è ora quella maledetta? La Cina domina la produzione globale di pannelli solari, turbine eoliche, batterie avanzate, veicoli elettrici e l'estrazione e la lavorazione di materiali fondamentali per l'economia globale dell'energia pulita.” Amen, Derek.
E se oggi possiamo avere elettricità a uno dei prezzi più bassi in assoluto dal Sole, lo dobbiamo a questi 20 anni cinesi (non senza problemi eh, c’è sempre chi paga, in termini ambientali e di lavoro).
E non è la Francia ad aver capitalizzato i primi 10 anni di scoperta. Non sono gli USA ad aver capitalizzato i successivi 100 anni di continue scoperte ed evoluzione. è la Cina.
Non toccateci la pizza
Se con i pannelli solari sono stato prolisso (scusate), qui sarò più rapido. Tanto l’antifona l’avete capita.
Come mangiamo noi la pizza in Italia da nessun’altra parte al mondo (e anche qui avrei qualcosa da ridire, ma è un’altra storia).
Verissimo. Possiamo vantarci sicuramente di esser stati la culla di una delle invenzioni culinarie più interessanti e popolari della storia.
La parola pizza è stata documentata per la prima volta nel 997 a Gaeta e successivamente in diverse parti dell'Italia centrale e meridionale. Prima i romani facevano la panis focacius. Insomma, possiamo dirlo: l’abbiamo inventata noi.
Grandiosi!
Ma non siamo i primi consumatori al mondo di pizza (no, nemmeno in termini pro capite, quindi non dipende dalla popolazione).

Ma che fanno in Norvegia?
E vi dirò di più, non abbiamo nessuna grande azienda capace di capitalizzare questa invenzione tutta nostrana. Qui sì che gli americani non se la sono fatta scappare.

Perché è così difficile capitalizzare
La verità è che io ho una visione parziale del fenomeno. Le prime idee che mi venivano in mente erano:
tempo di diffusione dell’innovazione: ci vuole tempo per approfondire, elaborare, scalare. E una volta che hai un risultato, tutti lo possono vedere, e copiare. A meno che tu non abbia pensato come difendere molto bene quel risultato.
Innovator’s Dylemma di Christensen: detto in facile (perdona Christensen), se sei tu il leader di una cosa hai degli incentivi a mantenere e fare soldi dal “core”, e potresti essere troppo lento e non incentivato ad accorgerti e investire sulle nuove scommesse.
fattori culturali: in Italia “small is beautiful” e guai a te se fallisci, poi diventi un “fallito”.
Ma dialogando un po’ con Gemini, direi che la cosa è molto più complessa e affascinante. Anche se le mie intuizioni andavano nella giusta direzione.

Quindi forse i fattori che possiamo riassumere sono (tra tanti):
Il tempismo: lanciare un prodotto troppo presto, prima che il mercato sia pronto, che esistano le infrastrutture necessarie o che i componenti siano accessibili, spesso porta al fallimento. Come osserva uno studio del 2017, la velocità di diffusione è direttamente correlata al tasso di miglioramento tecnologico. L’iphone non fu il primo smartphone. Ma fu quello giusto.
La trappola della scalabilità: anche con un tempismo perfetto, aumentare rapidamente la produzione per soddisfare la domanda richiede ingenti capitali, competenze produttive e abilità logistiche. Gli innovatori e le startup spesso non dispongono di queste risorse, creando un vuoto che i grandi seguaci possono sfruttare.
Il dilemma dell'innovatore: le aziende di successo spesso non riescono ad adottare “innovazioni dirompenti” perché sono troppo concentrate sui loro clienti attuali e più redditizi e sui prodotti esistenti. Questa “buona gestione” può renderle cieche di fronte a nuove opportunità, inizialmente meno redditizie (Christensen, 1997).
Ostacoli culturali della società: valori e tradizioni culturali più ampi possono determinare in modo significativo il ritmo e la natura dell'adozione dell'innovazione. La ricerca sull'adozione di tecnologie a livello nazionale mostra che dimensioni culturali nazionali come l'“evitamento dell'incertezza” e la “distanza dal potere” influenzano la volontà di una società di abbracciare il cambiamento (Acar & Acar, 2017).
Quindi, oggi, chi capitalizza?
Capitalizza chi controlla il sistema di incentivi.
La Cina controlla il mercato dei pannelli solari perché è la tecnologia capace di:
Non pagare combustibile: la luce solare è gratis, e questo permette soprattutto di non dipendere da nessuno
Essere replicabile: il pannello ha una forma standard. Se ottimizzo il processo, ottimizzo il costo
Essere modulare: posso replicare il meccanismo su ogni tetto, oppure su ogni porzione di terreno libera.
Capitalizzare la produzione del singolo pannello però non è sufficiente. Perché la Cina controlla anche un sistema di incentivi meno diretti, ma comunque fondamentali che stanno alla base del suo vantaggio competitivo e della difensibilità del mercato:
Controllo delle materie critiche: se sei il primo produttore al mondo, sei anche il primo consumatore di input per costruire quel pannello. Quindi meglio controllare l’intera filiera. Ed è proprio quello che la Cina ha fatto negli ultimi 20 anni.
Cheap labour: se vuoi essere la fabbrica del mondo, meglio che costi il meno possibile. Anche se questo significa violare diritti, e ricorrere al lavoro forzato
Ridotti costi di coordinamento: coordinare un sistema che va dall’approvvigionamento di materiali alla distribuzione di pannelli richiede una miriade di decisioni. Una miriade di investimenti. Un sistema di mercato risponde alla convenienza dettata dal segnale del prezzo. Una scommessa industriale richiede una visione politica, un’aspettativa temporale di lungo termine. E su questo i sistemi democratici con frequenti svolte nelle politiche industriali dettate dalla maggioranza politica del momento sono meno efficienti della stabilità autocratica.
Evitata contabilizzazione delle esternalità negative: produrre costa, e c’è sempre dello scarto. Non dover pagare nessuno, o imporre alle aziende di dover pagare per quello scarto (rifiuti, emissioni, ecc) è una buona semplificazione del sistema.
E alle altre nazioni va benissimo così. C’è un pieno allineamento di incentivi nell’evitare di avere terreni più inquinati o paesaggi rovinati dalla gestione dell’enorme quantità di materie prime richieste. C’è allineamento nell’evitare di dover confrontarsi con forze sindacali o risolvere il problema di una forza lavoro manifatturiera a basso costo. C’è pieno allineamento nel non dover dedicare tempo, energie e capitale politico delle forze di governo democratiche alla gestione di tali problematiche (meglio focalizzarsi su “altre priorità”, “altre normative”). C’è pieno allineamento nel non dover imporre tasse su emissioni, rimborsi e penali per danni.
è più semplice comprarli da lì. Costano così poco.
L’invenzione è sexy.
Il controllo totale (o quasi) del sistema di incentivi è dannatamente complesso, e spesso impopolare.
Abbiamo la migliore pizza al mondo. Non abbiamo nessun retailer di scala internazionale in nessuna delle nostre eccellenza (pizza? piadina?). Forse ci saremmo dovuti accontentare di un prodotto mediocre, capace di essere replicato ed esportato.
Non so se ho risposto alla domanda iniziale, ma penso che ci siano due o tre punti che messi in questo ordine mi aiutano a leggere meglio alcuni fenomeni odierni.
In anni di invenzioni dirompenti (Artificial Intelligence, nuovi reattori nucleari modulari, droni per la difesa) capire non tanto chi inventa, ma chi si può prendere il rischio di capitalizzare quell’invenzione, penso sia chiave.
Siamo disposti ad aprire data centers in Europa, aumentando la produzione elettrica per soddisfare l’enorme richiesta di energia? E dirottare fiumi per assicurare un flusso d’acqua per il raffreddamento? Qual è l’incentivo?
Siamo disposti a creare depositi di scorie per lo stoccaggio sicuro del combustibile esausto?
Siamo disposti a riconvertire produzioni industriali verso il settore bellico?
Dove sta l’incentivo? Chi lo controlla? Da quello diretto, a soprattutto quello indiretto.
è un parere, un’opinione. Non è scienza. Può essere un mare di baggianate.
Ma è stato divertente scriverlo, e ora so qualcosa in più sul solare e su qualche paper dimenticato da Dio.
Alla prossima domanda e alla prossima sfida. Non so quando sarà, ma è bello sapere che lo potrò condividere con qualcuno qui.
Dicevo la scorsa volta che seguire questi scritti è alla fine un atto di fiducia. Probabilmente salto di pala in frasca, non sono un esperto di nulla, c’è molta concorrenza nel tempo rubato ai vostri occhi.
Spero di essere nella giusta direzione per ripagare questa fiducia, altrimenti scrivetemi per domande, idee o spunti di miglioramento!
Alla prossima,
Elia