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Perché l'impatto della GenAI nelle scuole è IL tema che non possiamo permetterci di ignorare?
Qualche dato dalla prima ricerca sull'impatto della Generative AI nelle scuole italiane, un progetto del think tank Tortuga
In questa newsletter abbiamo parlato molto di Generative AI. è un tema che mi affascina particolarmente, vuoi perché lavoro in una startup che la usa, vuoi che mi sono occupato di formare professionisti e aziende sul suo uso.
Ma per quanto ho letto e scritto di GenAI nelle aziende, del suo uso in qualsiasi tipo di industria, della sua adozione rapida, o dei problemi etici e ambientali legati a questa tecnologia, c’era sempre un’area in cui non trovato contenuti. O almeno, ne trovavo pochi: la scuola.
Perché se c’è un settore in cui a priori una tecnologia capace di rispondere, scrivere, ricercare, personalizzare qualsiasi informazione proveniente da internet o da un insieme di fonti ha un potere rivoluzionario, beh è la scuola.
Negli ultimi mesi Tortuga ha lavorato a una fotografia inedita della GenAI nella scuola italiana. Non un dibattito astratto: grazie all’aiuto di YellowTech, una realtà che si occupa di formare i docenti sull’uso della GenAI, abbiamo potuto raccogliere dati - tanti dati, per la prima volta - e porre le domande giuste. La domanda che mi ha accompagnato è semplice: che cosa cambia davvero in classe quando arriva l’AI?
Il riassunto forse migliore, non fatto dell’AI, lo ha fornito Nicola Ghittoni, giornalista de Il Post, per presentare lo studio durante la rassegna stampa di Morning. Vi consiglio i primi 4 minuti.
E quindi lo studio “Generazione AI: la nuova sfida della scuola” si basa su 3.564 docenti, 294 studenti, 274 scuole in 18 regioni. Sono tante, considerando che altri studi internazionali vengono pubblicati anche con poche centinaia di risposte.
Parto da una scena che oggi è all’ordine del giorno. Un docente deve valutare due lavori di due studenti. Il primo è migliore ma si capisce che c’è “passata” l’AI. Il secondo è peggiore, però “autentico”. A chi dareste il voto più alto?
Nella nostra indagine, due docenti su tre premiano il compito peggiore ma “senza AI”. Non è un dettaglio: dice che oggi valutiamo più il mezzo che il risultato, più l’intenzione che l’evidenza. E soprattutto, che la fiducia è scossa.
Il 72% degli studenti percepisce allora meno fiducia da parte dei docenti. Qui si apre una crepa che non riguarda la tecnologia: riguarda il patto educativo.

Eppure, mentre discutiamo se “sia giusto”, la GenAI è già in classe. La usa il 66% dei docenti e l’83% degli studenti in una settimana tipo. E tra chi la usa, gli studenti ci tornano più spesso (mediamente due volte a settimana; uno su quattro, ogni giorno). La sorpresa? Un terzo dei docenti pensa che gli studenti non la usino mai. Abbiamo un problema di percezione prima ancora che di policy.

Ed è un problema enorme considerando che al momento il dibattito sulla scuola non è focalizzato sulla GenAI, il suo impatto, la formazione degli insegnanti. Ma sull’uso dei cellulari a scuola. è un tema importante, lecito. Ma i cellulari, gli smartphone, esistono da 15 anni. E noi ne parliamo oggi. Parleremo di come usare la GenAI nella scuola nel 2040?
Cosa ci fanno gli studenti con l’AI? Non la usano (solo) per “farsi fare i compiti”. Il primo uso è la verifica: il 56% controlla la correttezza delle proprie risposte. Poi idee e scalette (47%), scrittura (41%), esercizi STEM (37%), correzioni linguistiche (27%). È un copilota di consolidamento più che un punto di partenza. E questo è interessante perché la letteratura suggerisce che il valore educativo forte stia proprio nell’accompagnamento passo-passo: progettare attività in cui l’AI spiega, chiede, fa riflettere, non solo “sputa soluzioni”.
E i docenti?
Qui emergono due temi. Il primo è la percezione dei docenti sulle aree in cui l’AI è più “forte”, competente": molti insegnanti la percepiscono “più forte” su matematica e logica; gli studenti, invece, la vedono potente su conoscenza generale, sintesi e traduzione. Nella pratica, con gli strumenti gratuiti usati a scuola, la scrittura e la traduzione sono spesso il terreno dove l’AI rende meglio. Interpretare male i “punti forti” porta a usare male lo strumento. Ed è il primo punto su cui i docenti, coloro che dovrebbero guidare, in media fanno male.

Il secondo piano, più terra-terra, è il tempo. Quasi tutti i docenti sono attratti dall’uso dell’AI per la preparazione di materiali, verifiche, presentazioni. Molto meno per l’uso nella preparazione, correzione di verbali, comunicazioni, piani formativi—proprio dove l’AI può avere il maggiore impatto.
Il corpo docente inoltre è diviso. Un terzo dei docenti non utilizza la GenAI e tende a “mistificarla”: è più preoccupato che limiti il pensiero critico (+4%) e più scettico sul suo potenziale di supporto agli studenti in difficoltà (-11%) rispetto a chi la usa.
In questo modo si perde il cosiddetto “dividendo AI”, ossia il guadagno in produttività che l'uso informato e corretto dell’AI abilita nelle professioni. Secondo alcuni studi, si arriva a liberare ~6 ore a settimana da reinvestire in relazione, feedback, personalizzazione.
I dati aprono a profonde riflessioni. Tre domande su tutte:
1) Si sta valutando il prodotto o il processo?
Se dico “no AI” ma non so come uno studente è arrivato a un testo, sto misurando l’output senza vedere il ragionamento. E se premio l’elaborato peggiore “autentico”, quale messaggio sto dando sulle competenze che contano domani?
2) Chi guida chi?
Gli studenti usano l’AI più dei docenti e in modo più frequente. Se i docenti sottostimano l’uso reale, chi allena al prompting consapevole, alla verifica delle allucinazioni, al bias? Questo mismatch crea le condizioni perfette per norme irrealistiche e conflitti inutili.
3) E se le percezioni sono errate chi le corregge?
Se continuiamo a spendere energie dove si pensa erroneamente che l’AI sia d’impatto, ma non dove è effettivamente utile, la novità ci sottrae attenzione invece di restituircela. Come riallineare le aspettative di docenti e studenti tramite formazione?
Tortuga individua alcune azioni pragmatiche che emergono nette dai dati.
Rendere esplicito il ruolo dell’AI nei compiti. Disclosure obbligatoria (“che cosa hai chiesto, che cosa hai preso, come l’hai verificato”), diari di bordo, rubriche che valutano passaggi e riflessioni oltre all’output. Un passo necessario per ricostruire il patto di fiducia tra docente e studente.
Formazione continua ai docenti su funzionamento, limiti e usi didattici (non solo “quali tool”). Perché senza linee guide, l’adozione è casuale, soprattutto in una nazione con un’età media dei docenti avanzata.
Istruire e guidare sull’uso specifico per casi d’uso: verbali, comunicazioni, piani - è qui che si libera tempo immediato per feedback e personalizzazione.
Fare dell’AI un moltiplicatore d’inclusione, non un acceleratore di divari: tutoring guidato, tecnologie assistive, attenzione agli studenti con BES. La percezione è già positiva (3 su 4 tra docenti e studenti credono che aiuti).
C’è chi potrebbe pensare che sia tutto troppo. Minimizzare. Evitare. Ritardare.
D'altronde, è già arrivata la calcolatrice, il PC, poi il cellulare. Eppure siamo ancora tutti qui. Le scuole sono ancora aperte, gli studenti vanno ancora a scuola, le imprese continuano ad assumere.
Sono un fan della tecnologia, un patito del progresso e dell’evoluzione, della novità. Eppure in questo caso sono preoccupato. Molto preoccupato.
Pensare storicamente all’introduzione della GenAI come a quella della calcolatrice sarebbe un grosso errore. è vero: con la calcolatrice non abbiamo smesso di imparare a far di conto, abbiamo aumentato il numero di operazioni che possiamo eseguire.
Ma la calcolatrice era una tecnologia verticale, limitata a un singolo dominio. La GenAI viene definita “general purpose”, proprio perché le puoi chiedere di spiegarti la proprietà commutativa, poi tradurre la risposta in mandarino, poi riassumerla in un Haiku.
E in effetti se pensiamo ad altre tecnologie più “general purpose” come lo smartphone, c’è evidenza che l’uso in classe abbia una correlazione con minori risultati d’apprendimento. Ma siamo stati lenti a scoprirlo. Lenti a parlarne. Lenti a dibatterne. Lenti a regolarlo. E ancora non è finita.
Le GenAI già due anni fa raggiungeva risultati nei test PISA dati agli studenti per valutare le loro competenze e progressi più elevati delle classi, con un modello (GPT-3.5) che oggi è desueto.

è un grido che arriva, soprattutto anche da un corpo docente, che dopo lo tsunami del Covid, della formazione a distanza, della digitalizzazione forzata, del precariato, della formazione obbligatoria del PNRR, delle riforme scolastiche, della burocrazia divampante, si trova oggi alla mercé di una tecnologia con costi di adozione elevati per poter farne un uso proficuo e consapevole.
E il grido emerge proprio dall’analisi della distribuzione delle parole che più hanno usato gli oltre 3600 docenti dello studio quando gli si chiede: cosa vorresti fare?
In breve: approfondire.

Se c’è una priorità, un’investimento, una cosa che non possiamo sbagliare oggi in Italia, questa è la scuola.
Non voglio riassumere tutti i dati tristi, ma necessari e veri, per convincervi della gravità della situazione dei giovani, della formazione, del sistema educativo e universitario del nostro Paese.
Non possiamo permetterci di lasciare che il tema passi in sordina, che i docenti si arrangino, che gli studenti sperimentino all’oscuro, che i Dirigenti Scolastici siano senza una guida.
L’educazione è l’unica via per la crescita, la produttività, il progresso. è un grido dall’arme che arriva anche da un recente studio della World Bank e le Nazioni Unite. Ma a vederla anche da una prospettiva meramente finanziaria:
“every US$1 a government spends on education increases GDP on average by US$20”
Se non possiamo farlo per l’ideale, facciamolo - con una sana dose di cinismo - per tenere la baracca a galla.
Alla prossima,
e




