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Perché dobbiamo spendere tempo su progetti reali con altre persone?

Come i social ci stanno rubando la socialità, e il vero cambiamento che ne deriva

Sono quasi 7 anni che faccio parte di un think tank che si chiama Tortuga. Lo scoprii leggendo degli articoli di economia su lavoce.info, durante i miei studi triennali. Le analisi mi sembravano originali, la voce irriverente, il progetto - studenti e giovani professionisti che portano dati ed evidenza nel dibattito pubblico italiano - mi appassionava.

Così, dopo alcuni mesi di letture e indugi, decisi di provare a entrare a farne parte. Feci l’application durante l’erasmus a Madrid, e ricordo ancora i colloqui con domande sul Pil dell’Italia, e le policy per aumentare la concorrenza del Paese. Sì, colloqui per fare il volontario. Una delle migliori decisioni della mia vita.

7 anni dopo ho perso il conto delle ore dedicate a Tortuga. Nel frattempo abbiamo scritto un libro su come è possibile migliorare il Paese, supportato decine di politici, scritto centinaia di analisi, partecipato a decine di eventi. Ma soprattutto ho conosciuto più di 100 persone che negli anni, come me, hanno deciso di dedicare il loro tempo a questa causa. Alcuni sono diventati dei grandissimi amici, altri solo dei conoscenti a cui però sono unito dal medesimo spirito e obiettivo.

Non lo dico per decantare le lodi di Tortuga - lo faccio già troppo - ma per riflettere su un tema chiave: ho speso del tempo extra (nottate, weekend, estate) per un progetto possiamo dire comunitario, insieme ad altre persone vere, parlandoci e vedendoci, per anni. E i risultati sono arrivati. Qui la foto dei nostri 10 anni a Palazzo Reale a Milano.

una rappresentanza degli oltre 100 soci e socie che negli anni hanno reso viva Tortuga

Dedicare del tempo a un progetto richiede passione. Quasi sempre è tempo non remunerato, anzi - costoso - perché va considerato il costo opportunità del tempo non speso in attività che mi avrebbero permesso di guadagnare.

Ma è da queste attività che nascono benefici impliciti: come le relazioni, la costruzione di fiducia, il lavoro concreto, il cambiamento che arriva.

Francesco Costa ha sintetizzato bene la questione nella puntata di Wilson dedicata al cambiamento che non arriva, al senso di impotenza che cresce, alla minore partecipazione alla cosa comune, a una causa, a un progetto.

Penso che però la mia esperienza, guardando fuori un po’ dalla bolla, sia l’eccezione.

E i dati dell’Istat confermano questa mia impressione. Nel 2023, il volontariato organizzato, cioè svolto attraverso gruppi, associazioni o organizzazioni, coinvolge il 6,2% della popolazione (3,2 milioni di persone). Il volontariato non organizzato, che consiste in aiuti diretti offerti a persone esterne alla propria famiglia, alla comunità o all’ambiente, riguarda il 4,9% (2,5 milioni). Su 60 milioni circa.

E individuiamo 3 problemi chiave:

  • Il divario territoriale: la partecipazione presenta un chiaro divario territoriale: nel Nord l’8,2% partecipa ad attività promosse da organizzazioni e il 6,0% offre aiuti diretti; il Nord-est è l’area più attiva (9,1% e 6,2%). Seguono il Centro (5,8% e 4,9%) e il Mezzogiorno (3,6% e 3,4%).

  • L’istruzione: chi ha un titolo di studio più elevato è più frequentemente coinvolto sia nel volontariato organizzato sia nell’aiuto diretto. Tra i laureati il 10,3% partecipa al volontariato organizzato e il 7,9% all’aiuto diretto. I diplomati di scuola superiore si attestano rispettivamente al 6,6% e al 5,1%.

  • Una roba da vecchi: e poi il problema maggiore: il volontariato è una pratica diffusa soprattutto nella popolazione adulta. I tassi più alti interessano le persone di over 45-64 anni. I giovani (15-24 anni) hanno tassi di meno della metà.

Se mettiamo il muso fuori dall’Italia, la situazione non migliora. Come riporta Francesco Costa:

C'è una ricerca del 2021 di Erika Chenoweth, che è una importantissima politologa studiosa proprio nel campo dei movimenti di protesta e di resistenza civile, che lavora ad Harvard, che ha mostrato come dal 1900 al 2006 i movimenti di protesta non violenti hanno avuto successo nel 53% delle volte […] Se prendiamo i dati dal 2010 in poi, si vede la percentuale di successo, di obiettivi raggiunti, di impatto concreto scendere fino al 34%, dal 53% al 34%, a fronte peraltro di un numero complessivo di proteste e di mobilitazioni ogni anno che è cresciuto, è cresciuto enormemente.”

Da Wilson

Insomma, con la tecnologia invece di essere più efficaci, perdiamo 20 punti percentuali nel tasso di successo. Manifestiamo di più, otteniamo molto meno. Tremendamente meno. Perché? Ho delle idee in merito.

Il problema: il costo della partecipazione

Partecipare a un’associazione con altre persone, con un obiettivo comune (sia esso di solidarietà, volontariato, sportivo, sociale, assistenziale, culturale, di ricerca), richiede tempo. Richiede responsabilità. Ognuno deve fare la propria parte. E la somma delle parti individuale determina il successo complessivo.

Con la tecnologia, abbiamo un’alternativa: la partecipazione online. Il like, il report, la condivisione. Ma anche gradi più intensi, come la partecipazione spot o ricorrente a una manifestazione con foto, video, stories, reel. Ed è una cosa che supporto e che penso sia utile. Ma fino a un certo punto.

Perché anche il tempo ha un mercato, e se il prezzo della partecipazione online è minore di quello della partecipazione fisica, ecco che il mercato si aggiusta. E le associazioni si svuotano, ma il nostro instagram ci mostra ondate di persone.

Lo ripeto: è essenziale la partecipazione online, ma non è sufficiente. è una risposta razionale a nuovi strumenti e leve.

Ma qual è l’ultima volta che avete partecipato a una riunione (online, fisicamente) di un progetto con altre persone per il piacere di farlo?

Un altro problema: la ricerca della gratificazione immediata

Se condivido un post, una foto, un pensiero online, mi sento istantaneamente connesso alla causa, parte del meccanismo.

Se mi unisco a un’associazione, a volte mi servono anni per sentirmi realmente parte dell’ingranaggio. è stato così per me in Tortuga, dove ero (e sono!) una delle poche persone con un background non “teorico”.

Razionalmente cerchiamo la via più rapida alla gratificazione. E i social media ci forniscono un’autostrada a 10 corsie verso questa direzione. Le associazioni, i progetti tra amici, le discussioni con persone fuori dalla nostra bolla, sono sentieri di montagna scoscesi in confronto.

Eppure è il senso di appartenenza a muovere poi cambiamenti effettivi.

Rendere visibili gli effetti e i benefici

Se tutto ciò vi sembra plausibile - spero lo sia - allora la domanda è: perché succede? Come possiamo invertire la rotta?

Mi piace pensare che quando l’informazione è disponibile, le persone - in media - sappiano autoregolarsi. E qui il problema è proprio questo.

Mentre i costi delle due opzioni (partecipazione social vs partecipazione reale) sono noti fin da subito, i benefici non lo sono. E come persone siamo scarse nel guardare al medio lungo periodo.

Sappiamo che nel breve termine la partecipazione reale ci darà costi maggiori, e come esseri umani siamo terribilmente avversi alle perdite. Ce lo ricorda Kahneman nella Prospect Theory.

Sappiamo che all’inizio la partecipazione fisica ha un costo maggiore di quella online, mentre non sappiamo che nel lungo termine il beneficio può essere molto maggiore. Guardiamo al breve, senza pensare al lungo.

Il tempo è una brutta bestia, soprattutto per noi.

Ma nel medio-lungo termine, i benefici della partecipazione fisica vincono su quella online. Perché dopo la gratificazione del like, del commento, del repost, non c’è nulla. Ma dopo mesi in un’organizzazione, un gruppo, avrete:

  • Nuove conoscenze: persone, concetti, idee, su cui costruirete amicizie, opportunità lavorative, relazioni, viaggi, ricordi

  • Nuove responsabilità: che si sommano a quelle del lavoro/studio, e che vanno gestite ugualmente

  • Nuovi risultati: perché non sempre la vita personale o professionale ci riserva soddisfazione, e avere altri progetti, altri obiettivi ci aiuta a stare a galla

E solo il lavoro a contatto con altre persone, di organizzazione, raccolta fondi, confronto, può portare a cambiamenti.

Pensateci, dietro a OGNI campagna online a cui avete partecipato, dietro a ogni post/reel/story che avete fatto o condiviso, c’erano sempre almeno poche persone unite nell’organizzazione e coordinamento di quell’iniziativa. Perché non vi siete uniti a loro?

Perché non avete speso più di quei 5 minuti? O di quella giornata?

Il tempo si trova, sempre.

Non sapete dove trovare un progetto/gruppo/causa? Nessun problema:

  • guardate instagram e i social: scrivete alle pagine dei progetti che supportate e condividete

  • guardate alla vostra città: in ogni città c’è sempre gran bisogno di mani, nel sociale, assistenziale, culturale. Dovete solo decidere. Qui per esempio la lista su Milano.

  • guardate alle vostre passioni e talenti: vi piace scrivere > pagine di divulgazione? leggere > club del libro? cucinare > mense locali, progetti di cucina? correre > running club? dibattere > sezioni locali del partito per cui votate? aiutare i bisognosi > caritas, croce rossa?

Grandi cambiamenti hanno sempre richiesto grandi organizzazioni. E se è vero che la tecnologia oggi ci permette di raggiungere istantaneamente milioni di persone, la viralità sta sostituendo la partecipazione lenta, condivisa, solidale che è chiave per raggiungere un obiettivo.

Non confondiamo i like ad un post con un successo. Siamo tutti molto più intelligenti di così.

Alla prossima,

Elia