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Perché il mercato del lavoro è rotto?
Perché ci sono offerte con centinaia di application e altre vuote, cosa ancora dobbiamo saper fare, che strategie utilizzare. Riflessioni e storie vere dopo mesi a cercare di risolvere la cosa in una startup HRtech.
Trovare un lavoro sembra diventato impossibile.
Sia per chi lo offre, costretto a mandare centinaia di application, non ricevere risposte, sentirsi un piccolo numero all’interno di un mare in tempesta.
Sia per chi cerca di assumere, ossia le imprese, che devono barcamenarsi tra un numero incredibile di application, insufficienza di risorse per poter gestire e valutare i profili, necessità sempre differenti, scenari di business incerti in un mondo che negli ultimi anni è passato da una pandemia globale, a una nuova fase di protezionismo e dazi alla soglia di guerre.
Ma non in tutti i settori è così.
Ci sono settori - e l’ho visto personalmente negli ultimi mesi in Stema, la startup per cui lavoro e che aiuta a trovare figure ingegneristiche introvabili - dove siamo esattamente all’estremo opposto.
Aziende che hanno le idee chiare su cosa cercano, e semplicemente un numero di candidati insufficiente a soddisfare la domanda. Parliamo di lavori specializzati, ben remunerati, fuori dal mondo del tech e del digitale, e vicino al mondo industriale, meccanico, produttivo.

Stiamo assumendo meno, molto meno (FT)
Come diamine è possibile?
Come ogni problema, anche questo è la somma di varie dinamiche, tutte singolarmente comprensibili, che nella loro composizione creano un effetto esplosivo. Qui abbiamo:
Scelte errate di orientamento dei giovani: non riusciamo a indirizzare i giovani che devono decidere cosa studiare e in cosa specializzarsi verso le specialità con più richiesta, oppure verso quelle con maggiore scarsità di profili. Scelte basate sui consigli della famiglia, sulle scelte degli amici, a volte sulle impossibilità economiche di spostarsi per poter studiare quello che si vorrebbe. E qui l’errore poi diventa un solco, perché è difficile creare mobilità intersettoriale.
Mancanza di dati e orientamento professionale: anche quando si cominciano gli studi, poi non si hanno informazioni e punti di riferimento su quelle che sono le professioni e i percorsi di carriera più richiesti, più pagati, più utili. Ci sono le indagini di Almalaurea, quelle di Excelsior Unioncamere, ma spesso gli studenti non le conoscono, non le consultano. Voi le conoscevate? E poi un enorme problema che nemmeno questi dati risolvono: non abbiamo una mappatura delle professioni realmente al passo con i tempi. Nelle statistiche ufficiali classifichiamo i lavori ancora come nel dopoguerra.
L’incertezza: senza dati, senza mappature aggiornate alla realtà odierna, non si hanno punti di riferimento, si è più incerti. E come esseri umani odiamo l’incertezza, vale per un lavoratore quanto che per un’impresa. Aggiungiamoci la situazione sociale degli ultimi anni (pandemia, dazi, guerre) ed ecco che saltano ulteriormente le scelte a medio termine, le stime, i budget (personali e professionali). Meglio il carpe diem. Come gestiamo l’incertezza? Probabilisticamente. Se mando molte più candidature la probabilità di avere una risposta (meglio più di una, così posso scegliere) aumenta.
Le GenAI: se all’incertezza, aggiungiamo una nuova tecnologia che permette di personalizzare a costo 0 il mio profilo, ecco che i costi dell’invio di un CV sono nulli. E gli invii aumentano. La risposta dalle imprese? Assumere una platea di recruiter per poter valutare nel merito quelle persone, fornire un feedback, costerebbe una valanga di denaro, per un’attività che non genera fatturato. Impossibile? Meglio usare tool per poter procedere a una scrematura, o fornirci di regole - o meglio bias - per poter rendere gestibile una massa di centinaia di CV.
è una somma di dinamiche perfettamente lecite, comprensibili. Ma la somma di queste dinamiche ha costruito un mercato folle.
Altri problemi che ho riscontrato lavorando a contatto diretto con decine di imprese italiane negli ultimi mesi:
I curriculum formativi e le skills: i programmi universitari (ma non solo, potremmo parlare di scuole secondarie anche) non preparano le persone al mondo di oggi. Mancano corsi e laboratori per sviluppare quanto realmente le aziende chiedono (un corso di vendita nel mondo ingegneristico? Di public speaking?), e prioritizza curriculum densi di conoscenza tecnica in un paese che al momento non ha spesso attività di ricerca e sviluppo tali. Il risultato? Persone fortissime nella parte tecnica, per attività che in Italia sono presenti, ma in pochi settori e contesti, e senza la parte relazionale-sociale essenziale e che viene richiesta ormai da tutti.
Pigrizia e confusione dei candidati: se la realtà è questa, non puoi pretendere che una strategia standard ti dia diritto a un lavoro. Devi adattarti, trovare modalità di spiccare sugli altri. Eppure ho visto persone relazionarsi al mercato del lavoro ancora con la pretesa che il lavoro debba arrivare, senza scaltrezza, voglia. CV standard non aggiornati, colloqui senza nessuna preparazione sull’azienda e il contesto che si affronterà. E così si alimenta ulteriormente quella dinamica di entropia estrema del sistema.
Bias e inefficienze delle aziende: ma spesso sono le stesse offerte di lavoro ad essere confuse, con testi vaghi, markettari, senza che si possa capire effettivamente cosa si farà, con chi, con quali prospettive, e soprattutto per quanti soldi. Non tanto dei tabù, quanto informazioni che sono spesso difficili da raccogliere perché disperse in un’azienda tra varie persone: il team in cui si verrà inseriti, i responsabili della posizione, il dipartimento HR. E se aggiungiamo ulteriore confusione, l’entropia aumenta.
Il mercato del lavoro in Italia, ma non solo, è in una fase di massima entropia. Tanto rumore, tra annunci, centinaia di application, candidati non capaci di comunicare le loro skills, disallineamenti strutturali delle specialità richieste.
E ripeto - penso sia una risposta razionale dovuta dalla somma dei fattori descritti fin qui. Che fare? Dobbiamo rinunciare alla ricerca di lavoro?
C’è un libro “The Signal and the Noise” che parla proprio di come, in distribuzioni fortemente entropiche, occorre focalizzarsi sul “segnale” e non tanto sul “rumore”.
Come trovare il segnale giusto nel casino attuale? Qui alcune idee che mi son fatto:
Dobbiamo ancora dover sapere scrivere un CV: stiamo perdendo l’abitudine di scrivere (ne parlavo qui), e questo significa perdere l’abitudine di ragionare e pensare. Se non sappiamo scrivere in modo efficace cosa ci rende unici per un lavoro, è difficile che lo sapremmo dire, o convincere qualcuno di questa cosa. I CV sono ancora essenziali, forse non tanto come strumento per l’assunzione, quanto come mezzo per esprimere un segnale deciso rispetto a una distribuzione caotica. Ma vedo un sacco di persone - giovani ed esperte - che non dedicano tempo alla preparazione di un CV efficace. Mandano quello standard, non aggiornato, perché tanto conta chi “sono io”.
Come fare bene un CV? My 2 cents: 1 pagina, togli tutto ciò che non è rilevante per la Job e il contesto a cui stai applicando, e integra tutto quello che invece lo è; prima di inviarlo chiediti: “si capisce perché devo essere proprio io quello giusto?”. E attenzione alla grammatica. Font e design stravaganti non servono a nulla. Times new Roman 12 e sfondo bianco andranno sempre bene.Il network è fondamentale: la reputazione sta diventando il dato più cercato da tutti in questo momento. Perchè in momenti di estrema incertezza vogliamo più garanzie, vogliamo che gente che conosciamo ci dica che mi posso fidare. E questo vale per i candidati, che raccolgono informazioni direttamente da conoscenti o ricercando “a freddo” connessioni con persone interne all’azienda di cui ci si sta interessando, ma vale anche per le imprese - che cercano referenze, storie, pareri di ex colleghi per valutare le skills del candidato, il suo carattere, la sua capacità di inserirsi nel contesto di riferimento. Siccome per la reputazione un dato ancora non c’è, la reputazione di un’azienda o di un candidato è il suo network. Quindi coltiva un tuo network.
Come farlo? Parla con tuoi amici di lavoro, di soldi, di problemi. Se non ne parli, non puoi guadagnare fiducia negli altri. In Italia scontiamo ancora troppo il tabù del lavoro, della finanza. Ora di cambiare.Dobbiamo avere dati, dati dati: il mercato del lavoro è per l’appunto un mercato. Ed è pieno di distorsioni, problemi, unicità, oggi ne abbiamo vista qualcuna. Per provare a intaccare la struttura di questi problemi dobbiamo avere e usare più informazione. Ed è fondamentale attuare entrambe le parti.
Avere più informazione: occorrono dati sulle nuove professioni, non su quelle che servono alle agenzie statistiche. Mancano dati che siano di immediata comprensione a una persona nel 2025.

Per l’atlante delle professioni dell’Istat, fermo al 2021, l’AI engineer non esiste. Possiamo avere un data engineer.
Usare più informazione: avere un dato è inutile se nessuno lo legge e lo comprende. Faremmo la fine dei database Excelsior. Servono ore di orientamento nelle scuole secondarie e nelle università per vedere, analizzare e interpretare questi dati tra ragazzi e personale specializzato. L’orientamento attivo che spesso in Italia si traduce in una domanda ai propri genitori, o ai propri amici, e che porta a esiti spesso poco felici.

Troppi pochi studenti partecipano ad attività di orientamento attivo in Italia, OCSE
Come avere e usare più informazione già oggi?
Compara i pochi dati che hai: la tua RAL, il tuo percorso professionale, la tua zona. E confrontati con altri colleghi, amici. Usa comparatori online o communities come quelle di Reddit o Glassdoor. C’è un sacco di roba che si può già fare.
Con Stema stiamo cercando di attuare tutti questi cambiamenti per il mondo dell’ingegneria, uno di quei settori dove la situazione è più estrema. Uno di quei settori dove un annuncio per un ingegnere progettista specializzato può rimanere senza candidati ideali per mesi, mentre una posizione per un software Engineer riceve migliaia di candidature.
Lo facciamo portando dati ed evidenza sia a chi cerca che chi offre lavoro, e utilizzando questi dati per abilitare un singolo match, preciso, tra le due parti del mercato. Cerchiamo segnale in mezzo al rumore.
Possiamo e dobbiamo far meglio, sia come datori di lavoro, che come lavoratori e lavoratrici.
Alla prossima,
E
